Affinità selettive

Le relazioni umane hanno qualcosa di complicato e affascinante insieme.
Scoprendo l’altro ci si scopre, ci si mette in gioco, si fanno i conti con aspetti di sé che non si conoscono o che non si capiscono fino in fondo, e solo il confronto con l’altro può portare alla luce certe verità intrinseche.
Ho sempre apprezzato questa possibilità connessa agli scambi interpersonali, e ultimamente, in modo particolare, sto facendo i conti con delle debolezze che credevo ormai superate e finite.

Sono convinta che ognuno di noi sia responsabile delle proprie emozioni, nel senso che la verità del cuore è una verità che ci appartiene profondamente e che quello che sentiamo è qualcosa di cui siamo gli unici responsabili: l’altro fa emergere qualcosa di latente, qualcosa che esiste già, e la sua presenza permette solo di risvegliare quella parte di noi che è rimasta dormiente.
E’ come quando si dice che la bellezza è negli occhi di chi guarda: allo stesso modo l’amore o altre emozioni sono già nel cuore di chi le prova.

Eppure, è comunque spiacevole quando l’altra persona ti ritiene responsabile per la sua incapacità di coinvolgersi. Dentro di me, razionalmente, so che quello che sono merita di essere accettato e apprezzato senza remore, che “il pacchetto” o piace o non piace, e che non posso snaturare me stessa per accontentare gli altri. Ma c’è un altro aspetto, che è quello emotivo, che si sente ferito nel vivo, come se fosse una mia mancanza il fatto che l’altra persona non riesce a emozionarsi. Un po’ come se non fossi abbastanza, o all’altezza. Riemergono sensazioni spiacevoli, sensazioni lontane, che non provavo più da tanto e che speravo di non riprovare mai più: sensazioni di rifiuto, di non accettazione, di giudizio.. come se mi si stesse dicendo in faccia: “Non meriti più di questo!”

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