Sukkiri

Sarà l’autunno e questa atmosfera di romantica malinconia, sarà che stiamo intraprendendo un nuovo inizio (secondo il calendario celtico) o che stiamo concludendo un anno (secondo il tempo moderno), ma in questi giorni mi è venuto in mente un altro meraviglioso concetto della cultura giapponese.

Da “ex” studiosa di lingue, ho sempre apprezzato il modo in cui ogni lingua mette in luce determinati aspetti della cultura e della mentalità di un popolo. Il modo di esprimersi, sia a livello di società e sia a livello individuale, credo sia una delle prerogative più significative di ciò che costituisce l’identità, perché attraverso le parole, la scelta dei termini e la struttura sintattica di una frase emerge sia la struttura del pensiero, e quindi il modo in cui si percepisce e si traduce la realtà, e sia la sensibilità personale, che caratterizza le varie sfumature di concetti e sinonimi utilizzati.
Forse questo è un aspetto su cui si tende a soffermarsi in maniera piuttosto approssimativa, ma nel corso della mia vita ho imparato che il modo di esprimersi dice tanto di una persona, e non solo in termini di preparazione culturale, ma proprio in termini di personalità.

Tornando al Giappone, mi sono dedicata allo studio di questa lingua affascinante per puro interesse e piacere personale. Un po’ come quando, passeggiando in libreria, si rimane attratti da un libro mai sentito nominare prima, che però con il suo titolo o le immagini di copertina riesce ad accendere il nostro interesse al punto da dire: “Tu vieni a casa con me!”.
Devo ammettere che, eccezion fatta per gli alfabeti e gli ideogrammi, che richiedono una memoria da elefante, la lingua di per sé è meno ostica di quanto potessi immaginare. Non è semplice, ma nemmeno impossibile.

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